Sulmona, “Il Campo 78”, il Fai e l’omaggio a Mario Setta e Michele Del Greco

Sulmona ha reso omaggio al Prof. Mario Setta, artefice del “Cammino del sentiero della libertà” e a quanti prigionieri sono vissuti nel “Campo 78”, posto alle pendici del Morrone. In tal senso si vedano i numerosi libri a stampa di Sam Derry, Linea di fuga 1943-44, John Verney, Un pranzo di erbe, William Simpson, La guerra in casa. 1943-1944. La Resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano, Donald E. Jones, Fuga da Sulmona, Hohn E. Leeming, Sempre domani, John Esmond Fox, Spaghetti e filo spinato, E si divisero il pane che non c’era (a cura del Liceo Scientifico “Fermi” di Sulmona), tutti edizioni Qualevita; Franca Del Monaco – Maria Rosaria La Morgia, Sul sentiero della Libertà. Storia dell’Abruzzo tra guerra e resistenza, prefazione di Gabriella Ciampi, Janieri edizioni.
Il “Campo 78” fu costruito per i prigionieri della prima guerra mondiale (1915-1918), di nazionalità austro-ungarica, occupati in operazioni di rimboschimento, lavori agricoli e artigianali; molti morirono a causa della “spagnola” e riposano nel cimitero-sacrario di Sulmona. Durante la seconda guerra mondiale, il campo ospitò 3000 soldati (sino al grado di maresciallo), provenienti dalla campagna d’Africa. Dopo l’Armistizio, anche aiutati dagli antifascisti e dalla Resistenza, molti tornarono a essere liberi.


Il Fai, in intesa con l’Amministrazione Comunale cui è demandata la gestione del “Campo 78”, ha consentito di potere ascoltare un esperto della seconda guerra mondiale, il Dott. Stefano Camilli (collezionista e appassionato di storia locale) nell’illustrazione del sito nel quadro degli eventi nazionali. Figura di spicco di questo spaccato di storia, Camilli ha accolto i visitatori descrivendo ogni casetta nei minimi dettagli (naturalmente quelle accessibili; molte versano in triste stato!), segnalando anche i graffiti lasciati dai soldati inglesi (alcuni purtroppo in deterioramento vistoso). Ha evidenziato i vari tentativi di pseudo fuga, volti spesso a scoprire la situazione viaria esterna al campo nonché le abitudini tenute all’interno delle strutture. Ha indicato come il campo non fosse uno dei peggiori e come i graduati, invece, godessero di privilegi a Villa Orsini, permettendo loro di avere miglior cibo, dei sottoposti personali e abiti più convenienti. Camilli ha presentato ai visitatori foto d’epoca e oggetti del periodo da lui collezionati nel corso degli anni. Per l’occasione, ha indossato un’uniforme inglese invernale (in riproduzione).
A coronamento dell’attività, che ha puntato a valorizzare un luogo della memoria, non è mancato un angolo dedicato a Michele Del Greco di Aversa degli Abruzzi, di cui la scrivente si è occupata nel 2005 (cfr. “abruzzo az 60”, n. 11, p. 7), dopo la pubblicazione dell’opera scritta dalla figlia e compianta amica, Raffaella, dal titolo, Quei lunghi trenta giorni, per le edizioni del Lago; opera che ricevette sin da subito vari riconoscimenti da parte di prelati, associazioni, premi e non ultimo una lettera di ringraziamento da parte dell’allora Presidente della Repubblica, On. Carlo Azelio Ciampi, per il dono dell’opera e di Sua Maestà, Carlo d’Inghilterra che vollero incontrare personalmente l’autrice. Com’è noto Carlo Azeglio Ciampi fuggì da Roma per andare a Napoli; dovette via ferrovia passare per Scanno ed Aversa. Incontrò casualmente un suo amico ebreo. A Scanno venne ospitato insieme con il compagno di fuga da una famiglia locale con i cui discendenti intrattenne ancora ottimi rapporti.
Piace a questo punto ricordare Michele Del Greco, anche perché la sua storia è quella di tanti altri che vissero il triste periodo della guerra. Anche il Prof. Ilio Di Iorio, latinista e collega coautore con la scrivente del “corpus di Celestino V, prigioniero in Germania, ha lasciato un suo Diario in cui ha tracciato la disumanità e l’odio dei Tedeschi per i nemici.


Michele Del Greco era un pastore, un uomo semplice ma non sciocco, era depositario dei valori cristiani che al centro di tutto pongono la vita. Nella sua ottica, legata al bene familiare e della sua comunità, c’erano le persone. Per lui la guerra era solo un insieme di eventi che si erano innescati non si sa neppure come e che, in qualche modo, lo interessavano marginalmente. La sua esistenza era tra le pecore, gli amici pastori, la consorte ed i figli. Suo malgrado, però, dopo l’8 settembre qualcosa nel suo quotidiano cambiò. Dovette fare i conti con ex prigionieri inglesi (non a caso Raffaella Del Greco ha ricevuto i ringraziamenti personali da parte del Principe Carlo d’Inghilterra!), russi, francesi, americani, indiani, fuggiti dal campo di “Fonte d’Amore” malvestiti e malnutriti, bisognosi di aiuto. Cosciente dei rischi, ma con coraggio, li fece scaldare, li rifocillò e indicò loro la strada verso la libertà. Fu “incastrato” un maledetto giorno da un tedesco che si spacciò per un indiano prigioniero. Costui si ripresentò l’indomani con un collega in uniforme tedesca; trovò il barattolo in cui Del Greco nascondeva gelosamente il quaderno in cui aveva preso a annotare le matricole dei 56 soldati aiutati non per opportunismo (in caso di prolungamento della guerra con un possibile ribaltamento della situazione potevano essere utili!) ma semplicemente perché un giorno avrebbe voluto incontrali o conoscerne la sorte. Fu tradotto in vari luoghi di detenzione (Aversa, Introdacqua, Badia morronese). Infine, dopo un mese dall’arresto, il 22 dicembre 1943 fu fucilato, dopo un processo in cui il suo avvocato d’ufficio poco o nulla poté; per giunta, da soldati carcerieri che, con il tempo, l’avevano apprezzato per la sua umiltà, semplicità, umanità che speravano in un esito favorevole della domanda di grazia. A assisterlo qualche ora prima della morte, c’era il parroco della Badia, cui Del Greco disse “di non aver collaborato con nessuno ma di avere messo in pratica ciò che gli aveva insegnato la Chiesa: dar da mangiare agli affamati”.
Nel suo scritto, Raffaella Del Greco, allora diciassette, racconta la sua azione, volta a far scarcerare il padre; i contatti con un tedesco furiere che prese a cuore la sua causa tanto da scrivere in francese una richiesta di grazia a nome della famiglia (secondo la psicologia dei suoi connazionali!) e da ottenere solo una visita al detenuto, nonché con una gentildonna finlandese che si prodigò come interprete dal tedesco, con una giovane donna influente che organizzava festini per gli invasori, con il Segretario comunale di Sulmona, con l’avvocato d’ufficio. Raffaella Del Greco ha sottolineato la grande solidarietà di alcuni, non disdegnando, giustamente, di lanciare strali contro la gente di allora che, subito dopo l’arresto, addirittura considerò pericoloso avere contatti con la famiglia del reo. In più luoghi del libro in ricordo del padre ha fatto notare – e questo deve essere un suggerimento – per le nuove generazioni che danno così poco significato alle lingue straniere! – come le sia stato utile parlare sia pure in maniera scolastica la lingua francese. I tedeschi si sa hanno capito prima di noi l’importanza da attribuire alle lingue!


Nel parlare del padre Raffaella Del Greco ha sottolineato la forza d’animo; era rassegnato sin dall’inizio, mai si sentì disperato, mai dimostrò a moglie e figlie segni di cedimento, pur non essendoci alcuna speranza per il suo caso. Commoventi sono le pagine in cui Raffaella ha raccontato il dolore della famiglia Del Greco; mentre nella bella casa di fronte, sede di veglioni, i Tedeschi danzavano e si divertivano, la precarietà della famiglia Del Greco si esplicitava con la privazione delle mucche per avere avuto un padre – a detta dei Tedeschi – “delinquente”.
All’apertura eccezionale molti i visitatori, tra cui doverosa è stata la presenza del Sindaco di Sulmona, Dott. Luca Tirabassi e dell’Assessore alla Cultura, Dott.ssa Emanuela Cosentino.

Stefania Di Carlo